#Vetrina | 23/12/2021

Lucio Negri

«Una luce nella notte». È il tema della mostra allestita alla galleria Vecchia Posta di Brusino Arsizio durante il periodo natalizio. Inaugurata domenica 19 dicembre, propone nei fine settimana e nei giorni festivi, fino al 6 gennaio, alcuni presepi creati da Lucio e Flavio Negri all’inizio degli anni duemila.

di Ivan Pedrazzi

A quell’epoca padre e figlio erano molto affiatati e dedicavano ogni istante del proprio tempo libero a questa attività. Frequentavano i mercatini, ma soprattutto in quegli anni hanno curato la mostra del presepio a Balerna. «Attirava persone interessate sia alle nostre opere sia a quelle consegnateci dagli Amici italiani del presepio, con i quali avevamo frequenti incontri e collaborazioni», racconta Lucio Negri, 38 anni. Di professione educatore presso la Fondazione Diamante, è sposato con Corinne e padre di due gemelli di 9 anni, Noa e Léon.

Chiusa nel 2016, l’esperienza di Balerna ha rappresentato la punta di diamante dell’impresa Negri. Risalgono a quell’epoca alcune opere significative in esposizione alla Vecchia Posta di Brusino. Eletto in Municipio lo scorso aprile, Lucio Negri è responsabile del Dicastero cultura, sport e tempo libero. È in questa veste che è entrato in contatto con Marlies Fontana, che gli ha aperto gli spazi della galleria brusinese. «Sembra di rivivere i momenti in cui, ragazzino, aiutavo mio padre a comporre i presepi nella casa per anziani di Balerna e, in seguito, in quella di Mezzovico. Era il direttore e gli piaceva sorprendere gli ospiti e il personale con le sue rappresentazioni della Natività. Erano capolavori: ricordo il dettaglio di un mulino dotato di pale e macine mosse dall’acqua. In realtà era solo un’apparenza, poiché il congegno era azionato da un motore. A casa, invece, ne abbiamo costruito uno ispirandoci a Jurassic Park: uscito nel 1994, il film mi aveva impressionato». Così, accanto ai classici personaggi della Sacra Famiglia, quell’anno il presepe di casa Negri era disseminato di dinosauri. «Per dare maggiore verosimiglianza al paesaggio del Giurassico, abbiamo plasmato un vulcano, il cui cratere emetteva fumo».

Dopo le prime esperienze di gioventù, Flavio e Lucio si sono lanciati: frequentando corsi, leggendo, visitando e documentandosi hanno approfondito le conoscenze della materia. Anche le loro creazioni si sono perfezionate e per coprire le spese, sempre più elevate, per l’acquisto di statue e ornamenti raffinati, padre e figlio si sono dedicati al commercio, mettendo dunque in vendita le proprie opere e in generale oggettistica legata a questa arte. Una «follia», la definisce Lucio con un sorriso, durata un decennio. Poi l’uno per ragioni anagrafiche, l’altro per i crescenti impegni professionali e famigliari, l’attività è andata scemando. Non la passione, che continua ad ardere per entrambi.

Adesso è Lucio e tirare il carro, con il padre sempre presente con i suoi consigli e le due doti manuali. Bella la risposta che Flavio ha dato in un’intervista di qualche anno fa: «Per noi presepio vuol dire famiglia, stare assieme». Un concetto che Lucio condivide e ha fatto proprio.
Ora sono i piccoli Noa e Léon a farsi avanti. «L’anno scorso hanno scelto il tema, Super Mario, con i pupazzetti del popolare video-gioco piazzati qua e là attorno alla grotta. Come in passato con Jurassic Park e altri soggetti fantasiosi, anche oggi ci concediamo qualche licenza poetica», scherza Lucio. Per il quale, però, il presepio è una cosa seria. Al punto che, l’estate scorsa, ha ricevuto una commissione da parte del Museo nazionale di Zurigo per la realizzazione di un pezzo classico, ambientato nella Palestina del primo secolo, per l’esposizione annuale sull’arte presepiale.

Un consiglio per chi ne volesse fabbricare uno? «Prima di mettervi all’opera, predisponete il posto e verificatene le dimensioni, per una questione di proporzioni. E osservate le figure di cui disponente prima di modellare il paesaggio. Per intenderci: beduini in un nucleo storico ticinese sarebbero fuori luogo, idem pastori con stivali di pelo nel deserto palestinese». Insomma, anche lo stile vuole la sua parte.