Forbici, pettini e chiacchiere: è nel Salone Elio, a Chiasso, che tutto ha avuto inizio. Giancarlo Dionisio, classe '54, all’epoca un bambino di sei anni, affilava i primi strumenti del suo futuro mestiere. Non forbici e pettini, ma microfoni e registratori, che avrebbero poi accompagnato la sua carriera di giornalista sportivo alla Rsi. Prima di usarli, però, c’era da allenare l’orecchio: quello dell’ascolto. Al «Figaro» di Chiasso – soprannome affettuoso in omaggio a Il Barbiere di Siviglia – tra clienti in attesa di barba e capelli si intrecciavano storie di paese, sport e canzoni italiane in un Ticino di confine permeabile alla cultura del Bel Paese.
«Mio papà ed io eravamo appassionati di musica italiana. Mi dava da imparare le canzoni di Domenico Modugno e mi chiedeva di cantarle in mezzo al salone, su un predellino che aveva allestito per le mie esibizioni. Ma eravamo anche tifosi di sport: mi faceva studiare le formazioni della Gazzetta. Dalla Juventus all’Inter, fino al Milan, ogni giorno raccontavo le cronache sportive a gran voce, davanti ai clienti, come un vero giornalista». Oltre al calcio, anche il ciclismo, sul tramonto della carriera di Fausto Coppi. «Mio padre era un suo fan. Mi portò a vederlo a Lugano, al Gran Premio Cynar, una delle corse più importanti della Svizzera. Ero sulle sue spalle: un momento indimenticabile, che accese in me una scintilla che non si spense più».
Da passione a professione. L’esordio alla Radiotelevisione svizzera risale al 1994, in occasione del tentativo di record dell’ora dello svizzero Tony Rominger. «Per me commentarlo era come raccontare una finale di Champions League. Cosa si vuole di più dalla vita?».
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