Il negozietto dove cinquant’anni fa ero solita fare la spesa (a provét) era situato nel nucleo del paese, al pianterreno di una casa antica dai muri scrostati per la vecchiaia e le intemperie. Le pareti del locale erano nascoste, quasi interamente, da ampi scomparti di legno zeppi di merce. Il soffitto alto, color caramello, presentava qua e là lunghe screpolature.
Tra quelle mura, però, mi sembrava che palpitasse un’anima.
I campanelli (i ciochìn) appesi alla porta d’entrata tintinnavano all’arrivo di un cliente. Allora, dal fondo dello sgabuzzino seminterrato, adibito a dispensa, compariva la proprietaria. Indossava il solito gilè di lana color nocciola screziato fatto a mano e all’orecchio portava l’immancabile matita rossa.
«Buondì, sciora mestra. Come la va?» mi salutava con la consueta calma, mentre con il palmo della mano puliva dalle briciole il piano ruvido del banco. E poi, scrutando il mio pancione:
«Al s’è sbasà or tosìn! Stanott s’è fai ora lüna... Al nassarà prést!».
…