Imparum ul dialètt

 
Roberto Bottinelli

Boromìn, piasentìn, bèrgum. Gli stranieri di passaggio nelle nostre contrade, che arrivavano per svolgere un lavoro stagionale, erano osservati attentamente, sovente in modo critico. Il dialetto ha assimilato il lavoro alla loro provenienza, tanto che i mestieri erano identificati con la regione d’origine delle maestranze.

Viviamo tempi di facili spostamenti da una regione all’altra. Per diletto, per lavoro, per il desiderio di conoscere gli altri e le loro regioni di appartenenza. Nel passato, l’uomo ticinese rimaneva tenacemente radicato al suo villaggio, quando non era costretto a emigrare. Gli stranieri di passaggio nelle nostre contrade arrivavano per svolgere un lavoro specializzato e stagionale ed erano attentamente osservati, sovente in modo critico. Il dialetto ha assimilato il lavoro alla loro provenienza, tanto che i mestieri venivano identificati con la regione d’origine dei lavoratori.

Boromín, valtolín e posciaví 
La specialità degli attivi di Bormio era quella di essere dei ciabattini e dunque il mestiere veniva detto boromín o valtolín se provenivano dalla zona valtellinese, mentre «i posciaví» erano i calzolai. Gli stessi calzolai sono definiti «cordonnier» in francese, data la supposta provenienza da Cordova, in Spagna.
Numerosi lavori boschivi, da noi, venivano effettuati dai lavoranti provenienti da Trento: nell’uso dialettale il boscaiolo era «ul trentín». «Ul piasentín» invece, era il venditore girovago di stoffe, merce rara nei nostri villaggi che altrimenti si poteva trovare solo recandosi in città. Una necessità che ha dato origine, nel Locarnese, al termine «locarnà», andare in città a Locarno per fare compere. 
Proprio a causa della rarità della sua merce, «ul piasentín» era un ambulante sempre atteso. Girava per le case tenendo sulla spalla o sull’avanbraccio degli scampoli di tela (roba da brasc). Per invogliare le clienti all’acquisto, appoggiava il tessuto sulla loro spalla prodigandosi poi in lodi sperticate. Vegliando che i mariti non fossero troppo nelle vicinanze: non si sa mai! 
La questione poteva anche farsi più delicata. Se l’affare delle stoffe non andava a buon fine, nella valigia che portava sempre appresso, estraeva altra merce come federe, sottovesti e mutande. La contrattazione diveniva complessa e delicata, il tono di voce più sommesso, mellifluo, arrivando fino all’alto grado di complicità (scherzoso) che diede poi il soprannome a uno degli ambulanti che frequentavano la zona del luganese: «ul Tumiàmi».

 

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sull'edizione del 18.09.2026

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