«Giöch d’inlúra»

di Roberto Bottinelli

«La Madòna da Varés 
la cüntàva fin al dés.
Vün, düü, trii…»

Così si effettuava la conta tra i ragazzi, per designare quello cui spettava il compito ingrato di andare a cercare gli altri o di subìre, nel gioco detto «schiaffo del soldato», le pacche poco delicate dei compagni. Allora ci si divertiva tra coetanei, utilizzando i mezzi che si trovavano per strada: dei legnetti, una lattina, dei sassi piatti. Le «piòte» con cui si allestiva una specie di gioco delle bocce, reso complicato dalla forma dei ciottoli. 

All’inizio di molte competizioni occorreva, come detto, trovare quello «che sta sóta». Un ruolo sgradevole, spesso «affibbiato» al più tapino della compagnia. La conta per designarlo – solo in apparenza una manovra non truffaldina – designava colui che doveva assumere lo spiacevole ruolo del gendarme, che nel gioco «da ‘na a scùndas» doveva coprirsi il viso e contare fino a cento, mentre i compagni (i ladri) andavano a nascondersi. Naturalmente c’erano i furbini che si celavano in posti assolutamente impensabili, per paura di essere trovati. Si rendevano irreperibili, ma a lungo andare finivano fuori dall’azione per parecchio finché, stufi di essere emarginati, uscivano dal nascondiglio. 

Il passatempo aveva infatti una prerogativa particolare che lo rendeva interessante: i «ladri» scoperti dovevano restare in prigione finché un compagno arrivava di corsa alla gabbia, anticipando il gendarme. Se la manovra riusciva, tutti venivano liberati e il povero guardiano doveva ricominciare a cercare i furfanti. Ovvio che in mancanza di un «foto-finish», risultava difficile decidere se il liberatore era arrivato a toccare il muro della gabbia prima del poliziotto. Ne nascevano delle baruffe furibonde che si concludevano, non di rado, con la drastica decisione della guardia: «mi a giüghi piü». Fine dello spasso. 

Per risolvere l’ennesima lite, si procedeva a sofisticare ulteriormente le regole del passatempo. Si metteva in equilibrio una «tòla» di piselli o di borlotti sopra un trespolo composto da tre legnetti: «ul pichét». Anticipando il guardiano, il liberatore doveva arrivare di corsa e dare uno spettacolare quanto rumoroso calcio alla lattina, raggiungendo così lo scopo di liberare i compagni. Per la rabbia del gendarme incaricato «I è giöch da rózzi»
Salvo rare eccezioni, le ragazze erano escluse da questi giochi. Le nonne, approvando l’estromissione, consolavano le bambine formulando un giudizio drastico: «i è giöch da rózzi». Ma per organizzare certe contese, come quella denominata «battaglia», oltre alla difficoltà di trovare la palla (non sempre disponibile), occorreva un numero sufficiente di partecipanti per organizzare le due squadre. In questi casi «vegnéva bon» anche le ragazze. La competizione consisteva nel colpire con la palla gli avversari, distribuiti nel campo avverso. La vittima «lesa» doveva lasciare il campo, a meno di essere tanto abile da effettuare una spettacolare «presa», tipo portiere di calcio (allora era in auge il numero uno del Milan, Lorenzo Buffon, marito della valletta tv di Lascia o raddoppia, Edy Campagnoli). Dopo la presa «miracolosa» i compagni si felicitavano con l’eroe affermando: «ta sét propi un gatt» oppure «sét una pedína». Durante la contesa, l’assenza di agonismo di alcune ragazze si manifestava con evidenza. Alcune rimanevano immobili nel loro settore, diventando un facile bersaglio per l’avversario. Altre si disperdevano a fondo campo, disinteressandosi totalmente dell’azione per chiacchierare amabilmente con le compagne che sopraggiungevano a partita iniziata. Da qui l’ostracismo dei ragazzi che volevano in squadra solo le più battagliere. 

All’inizio della contesa qualcuno, sospettando (giustamente) che la conta non fosse molto corretta, esigeva un altro modo di designare e proponeva una cantilena diversa: «Ambaraba ciccì coccò/ tre civette sul comò/ che facevano l’amore/ con la figlia del dottore./ Uno, due, tre…».
 
Tiro con la fionda
Per organizzare un’altra competizione, pure prerogativa quasi esclusiva dei maschietti, non occorreva fare la conta. La gara di tiro con la fionda evidenziava aspetti micidiali. L’attrezzo non aveva niente a che vedere con il «normale» tirasassi con il manico di legno, giudicato «roba da bambini». La fionda utilizzata era sagomata in ferro, munita di robusti elastici quadrati, appositamente comperati a Lugano dall’Ambrosìn. Per la munizione, i giovani si «servivano» nella bottega del «Piero ferée» che aveva il pavimento ricoperto di minuscoli tondini di ferro, residui di lavori precedenti. Pochi gli isolanti di porcellana situati a sostegno dei fili elettrici che si salvavano dalla mira implacabile delle «bande» di ragazzotti. Per non parlare delle lampadine, generalmente risparmiate solo perché utili per… illuminare le strade, allora molto buie. E guai a coloro che si facevano «beccare» a prenderle di mira dal Bruno, l’incaricato di cambiare quelle «fulminate» con una lunga pertica di bambù.

Filastrocche e cantilene
Le filastrocche e le cantilene servivano anche per i più piccoli: venivano utilizzate per giocare ma anche per insegnare loro i nomi delle cose e del mondo: «Uregina bèla / la so surèla / ögin bell, / ul so fredèll / ul portón di fra / e ul campanìn / che fa din don» (il naso) oppure per distinguere le dita, iniziando dal mignolo: «Didìn / spusìn / lungón / fregaöcc / mazzapiöcc» (ammazzapidocchi). (1)
Si cavalcavano le ginocchia del nonno, incitandolo: «Hüj, hüj cavalón / va a Milàn a töö bumbón, / va a Milàn a töö micòtt, / hüj, hüj cavalòtt» (hüj, hüj cavallone / va a Milano a comperare i dolci / va a Milano a prendere le pagnotte / hüj, hüj cavallotto) e qualche rima serviva a ricordare la sequenza: «Mi ‘na volta s’éva un tus, / gnanch i fich jè miga nus, / gnanch i nus jè miga fich, / gnanch i parént jè miga amìs, / gnanca i amìs jè miga parént, / gnanca la tèra l’è miga furmént, / gnanca ‘l furmént l’è miga tèra, / gnanca la pas l’è miga la guèra / gnanca la guèra l’è miga la pas…» (io, una volta ero un bambino, / neanche i fichi sono noci, / neanche le noci sono fichi, / neanche i parenti sono amici, /neanche gli amici sono parenti, / neanche la terra è frumento, / neanche il frumento è terra, / neanche la pace è la guerra, / neanche la guerra è pace…).

E così, senza fretta ma sereni, i bambini diventavano adulti.

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sull'edizione del 17.09.2021

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