#Dalla vecchia Hermes

Tieni il peso a valle

di Roberto Bottinelli

«Tégn ul pés a valle!»

«Ancora una curva, e ancora una, e ancora un’altra» recita la foto pubblicitaria di una regione alpina innevata, pubblicata in queste settimane sui quotidiani. L’immagine propone uno sciatore con una moderna giacca arancio in Goretex e gli sci sciancrati, materiali oggi ben noti a tutti gli sportivi. Abitiamo una zona meridionale, abbiamo maggiore familiarità con le palme e il costume da bagno piuttosto che con gli spazi innevati e gli abeti coperti di ghiaccio. E allora – possiamo chiederci – quando è nata, da noi, la passione per lo sci?

Con una certa sorpresa, perché gli inizi ci sembravano meno lontani, apprendiamo che già nel 1910 lo Ski club Milano organizzava gare di sci sui monti di Lanzo d’Intelvi, dove alcune famiglie luganesi passavano il fine settimana, montanari entusiasti al punto di fondare lo Ski Club Luganese.
L’interesse per la montagna – ovviamente riservato a pochi – si manifestava allora con delle uscite invernali in Capriasca e sulle pendici del Monte Bar. I «signorini e le signorine» della borghesia cittadina salivano a tariffa speciale sul tram Lugano-Cadro-Dino, per poi affrontare l’ascesa al Monte Bar. Le contadine del posto caricavano 2-3 paia di sci sulla gerla e li trasportavano sulla cima, ricevendo in compenso un franco al paio. Una festa, perché il guadagno ricavato equivaleva allo stipendio che i loro uomini riuscivano a mala pena a racimolare in una intera giornata di lavoro.

 

L’entusiasmo di Tita Calvi

Nel 1928 il Club alpino svizzero decise di costituire un gruppo di sciatori. Tra i promotori, un personaggio che seppe portare in città l’entusiasmo per la montagna e lo sci: Tita Calvi. Provetto alpinista (ascese per primo la parete est del San Salvatore, aprì una nuova via al Pizzo Prevat, creò la palestra di roccia ai Denti della Vecchia), Calvi nel 1935 ottenne il brevetto di maestro di sci.
Cinque anni dopo fondò la Scuola svizzera di sci Lugano che diresse per 40 anni, organizzando corsi che permisero a numerosi cittadini di apprendere i primi rudimenti di questo sport.
Indimenticabili le settimane invernali organizzate ad Andermatt nel periodo natalizio, corsi che sapevano conciliare le lezioni sulla neve con l’ambiente festoso del periodo, reso ancora più gioioso dalle scintillanti stradine del villaggio, innevate e illuminate dalle luci natalizie.
Negli alberghi le orchestrine invitavano alle danze (ném a fa dü salti) e coloro che desideravano cambiare locale, indossati mantelli e «moon boots», si munivano di una sacca con le scarpe leggere per calzarle all’entrata dei «dancing».

 

Sulle piste... da ballo di Andermatt

Le serate erano animate anche dai giovani ticinesi alloggiati in caserma, che seguivano i corsi di sci dell’Istruzione Preparatoria (IP), diretti da Aldo Sartori. Con grande rammarico, il rientro serale dei giovanotti era fissato inesorabilmente per le 21.30 ed era controllato da un simpatico ed esperto alpinista in veste talare: don Franco Buffoli. Il gioviale prevosto, scherzosamente, faceva finta di chiudere a chiave il portone di entrata, trascorso anche di pochi minuti l’orario di rientro.
Lo spostamento verso la località urana era disagevole, anche perché il viaggio in treno (la galleria stradale era solo un progetto) implicava un cambio di convoglio a Göschenen. Agli sci, ingombranti (alcuni misuravano 2 metri e 15), venivano allacciati bastoni e scarponi: il tutto diventava pesante e scomodo da portare, ma almeno una mano rimaneva libera per impugnare la valigia. Ad Andermatt il tragitto innevato per raggiungere gli alloggi era comunque faticoso, anche se la prospettiva delle allegre serate danzanti al Bergidyll faceva presto dimenticare questi inconvenienti.

 

Sfide giovanili tra Russi e Pilotti

I gruppi dei migliori allievi di Tita Calvi sciavano sul Gemsstock, dove non era raro incontrare un giovane campione di sci in allenamento. Quel ragazzo, nel 1970 avrebbe vinto la medaglia d’oro iridata in Val Gardena e poi due Coppe del Mondo di specialità. Bernhard Russi, giovanissimo, gareggiava anche nei Campionati della Svizzera Centrale, contro un giovane ticinese che non di rado, in discesa libera, sapeva superarlo.
Roberto Pilotti, dopo aver fatto parte dei quadri della nazionale, aprì un piccolo negozio di attrezzature sportive ad Airolo, con Ugo Ramelli. Gli affari prosperarono e i due inaugurarono poi con successo un rinomato negozio sportivo a Bellinzona.

 

Maggiolini diretti a Sankt Moritz

A Lugano, la «fürlonia» (l’entusiasmo) per la stagione di sci si intensificava con la fine di novembre. La prima uscita avveniva l’8 dicembre. Nel giorno di festa, di buon mattino transitavano da piazza della Riforma le auto che partivano in direzione di Sankt Moritz Bad o del Furcellas del «gigantista», allora celebre, Dumeng Giovanoli.
Il viaggio, già lungo a causa dell’angusta strada del Lago di Como, poteva contemplare anche l’arresto ai piedi del Maloja; un passo, quando innevato, invalicabile senza le catene (fréno a man, cric e schéna par tèra sü la nev par muntà i cadén).
I conducenti dei «maggiolini WV» al rientro a Lugano in tarda serata, dopo la giornata di sci, dovevano ricordare di non entrare all’autosilo di via Motta. Il portasci del Maggiolino era previsto per appoggiare i lunghi attrezzi dietro, in posizione quasi perpendicolare rispetto al veicolo. Non pochi, entrando nella rimessa non molto alta, dimenticavano la posizione dei loro attrezzi, danneggiando irrimediabilmente le punte dei loro sci.

 

Nuove opportunità commerciali

In città, i negozi di articoli sportivi si contavano sulle dita di una mano. I grandi magazzini non avevano ancora intuito l’affare. Un fiuto che invece aveva avuto una ditta cittadina di pompe funebri che offriva, tra i suoi prodotti, anche sci in frassino compensato. I piccoli negozi sportivi, non incontrando concorrenza, avevano mano libera per i prezzi. Nelle loro vetrine, i pur ottimi scarponi da sci Molitor (doppia scarpa in pelle da chiudere con i lacci) erano offerti a più di 500 franchi, quando una giornaliera si vendeva a 25-30 franchi. Progressivamente e non senza incontrare ostacoli, si fece avanti un altro negozio che sino allora fabbricava e vendeva scarpe. Offrendo cortesia, competenza e prezzi contenuti, iniziò a proporre articoli sportivi. Non potendo ricevere forniture dirette, i giovani proprietari erano costretti ad andare a cercare direttamente all’estero, dalle ditte produttrici, i prodotti da offrire. In pochi anni, il negozio, situato in via Pioda, diventò un emporio di articoli sportivi noto e importante.

 

Sci e scarponi in evoluzione

L’abbigliamento dello sciatore di allora era tutt’altro che impermeabile: dopo due o tre cadute, i vestiti s’inzuppavano irrimediabilmente. La moda, superati gli iniziali «knickerbocker» che si portavano con calzettoni e maglione abbinati, esigeva di far entrare la parte finale dei pantaloni negli scarponi. La neve alta sgocciolava sulle calze, garantendo in poco tempo piedi bagnati e freddi. Gli sci, inizialmente in compensato di legno di frassino o di hickory, erano lunghissimi: la misura si aggiustava sullo sciatore in piedi con le braccia alzate. Gli scarponi erano fissati agli sci con due ganasce fisse, veri e propri marchingegni da frattura tibiale, unite tra loro da un cinturino di pelle.
Solo dopo numerosi tentativi apparvero i primi attacchi Attenhofer, che cadendo in avanti sganciavano il piede, e più tardi ancora un minuscolo triangolino mobile che permetteva allo scarpone di staccarsi lateralmente dallo sci.
Quanto agli impianti, trascurando le grandi slitte che portavano in quota, le seggiovie in cui ci si sedeva lateralmente, le «gondole» (Gondelbahn) e le grandi cabine, la risalita individuale comportava qualche problema. Con i primi sci-lift occorreva allacciarsi un cinturone di pelle attorno alla vita. Chiuso il cinturone con uno speciale fermaglio, era necessario agganciarlo a un braccio mobile che trascinava lo sciatore verso la cima della montagna. Salendo occorreva tener chiuso il fermaglio con una mano per poi aprirlo, una volta arrivati a destinazione, sganciandolo così dal braccio mobile. Reso il cinturone, si era pronti per la discesa. (Mò,… gió a pata vèrta!).
E pensare che, sessant’anni dopo, c’è chi si lamenta perché per risalire con alcuni impianti moderni occorre indossare la mascherina!