#Vetrina

Alessandra Foletti-Castegnaro

Un banale contrattempo ha rischiato di mandare all’aria l’interessante chiacchierata con Alessandra Foletti-Castegnaro. A Lugano per inaugurare la mostra «Trame di argilla e di vita», allestita fino al 24 dicembre nella sala San Rocco (ne parliamo a pagina 35), ci è sfuggita da sotto il naso.

di Roberto Guidi

Quando la chiamiamo per fissare un altro appuntamento, risponde: «Sono in aeroporto per andare a Melbourne a trovare mia figlia e conoscere la mia nipotina di 2 anni, che ancora non ho abbracciato a causa del Covid. Se vuole ho una quindicina di minuti prima dell’imbarco». Fatta! Quando si dice essere cittadina del mondo... Nata a Trento, cresciuta a Roma, scuole a Lugano, Zurigo e in Messico, esperienze di volontariato e lavorative in Amazzonia, Honduras, Nicaragua e Costarica, atelier in Normandia e molte altre tappe sempre all’insegna di arte e solidarietà. «In Ticino sono arrivata da ragazza con la mia famiglia e ho concluso il liceo in viale Cattaneo. Ho poi proseguito gli studi a Zurigo, laureandomi in matematica e fisica e seguendo corsi all’accademia di belle arti». Un abbinamento curioso... «Sin da piccola sono stata attirata dalla pittura. Una passione che non mi ha mai lasciata: a Zurigo, le lezioni di arte (disegno dal nudo, xilografia, litografia, tempera) erano il contrappeso indispensabile a quelle del Poli. Non si trattava di un’antitesi, ho sempre compreso matematica e fisica con uno sguardo “estetico”: mi affascinava la logica, la loro bellezza e armonia».

Galeotto fu proprio il Poli. Conosce un giovane di Massagno, Carlo Foletti, ingegnere agronomo che sposa nel 1976. Tre anni dopo, quando Alessandra conclude gli studi, partono per l’Amazzonia ecuadoriana. «Abbiamo collaborato con le popolazioni indigene e personalmente ho scoperto l’arte delle donne Canelos Quichua, dalle quali ho imparato a lavorare l’argilla e realizzare oggetti in ceramica».

Amore a prima vista. Inizia a sua volta a cimentarsi con questo materiale, ma soprattutto a organizzare le artigiane e promuovere la loro arte.

Nel 1983 la coppia si trasferisce in Honduras per conto dell’Agenzia di cooperazione del governo svizzero. «Mio marito si occupava di sviluppo rurale, io sostenevo le donne nella loro attività». Nel concreto, mette anima e corpo affinché le tecniche ancestrali mesiamericane vengano valorizzate. Predispone cooperative, favorisce l’esportazione della ceramica Lenca (opera della popolazione indigena, vicina ai Maya), aiuta ad affinare la produzione, genera impieghi ed entrate economiche, divulga tradizioni, studia antropologia culturale, assume incarichi di rilievo presso istituzioni, diventa a sua volta un’artista riconosciuta che espone soprattutto in Svizzera, Italia e Francia ma anche Giappone, Canada, Stati Uniti e, ovviamente, Centroamerica.

Nel 1998, per sostenere gli artigiani colpiti dall’uragano Mitch, con un gruppo di amici fonda l’Associazione di cooperazione del Ticino e associati (Acta) e, successivamente, Acta de Honduras, «iniziativa privata di imprenditoria sociale dedicata a organizzare il lavoro, promuovere la formazione, sviluppare e commercializzare nuove linee».

La vita di Alessandra Foletti-Castegnaro è insomma contraddistinta da arte, cooperazione, impegno a favore delle popolazioni indigene, in particolare le artigiane Lenca dell’Honduras. «Con queste ultime, conosciute oltre trent’anni fa, è iniziata e si è sviluppata una bella storia fatta di rispetto, creatività, condivisione, amicizia».

L’attività non scema neppure alla morte del marito, avvenuta nel 2010 dopo lunga malattia. Alessandra rimane in Honduras per occuparsi dei tanti progetti, personali e comunitari, in corso. Solo negli ultimi anni inizia a prendere con maggiore frequenza l’aereo per raggiungere l’Europa. «Trascorro volentieri lunghi periodi a Lugano, così come in Normandia, a Vicq sur Mer, dove ho un atelier di ceramica. E poi a Losanna, dai due figli ingegneri (Alvaro e Vasco), e a Zurigo, da mia figlia chimica (Carlotta). La seconda figlia, Liliana, è economista e vive in Australia. Non la vedo da 3 anni a causa della pandemia e ho tanta voglia di riabbracciarla. Mi scusi ma devo lasciarla, stanno chiamando il mio volo...».