I grandi interpreti del ciclismo «eroico»

Piergiorgio Giambonini

«La Lugano che vince» inaugura una nuova serie dedicata alle discipline individuali. Le prime puntate della rubrica sono per il ciclismo, da quello «eroico» degli anni ’40 e ’50 al boom dei professionisti luganesi nei favolosi anni ’80 e ’90.

Per due anni in queste pagine abbiamo ripercorso i grandi successi dei club e delle squadre luganesi. Esaurito quell’esaltante capitolo dello sport di casa nostra, ora è il momento di andare a raccontare la «Lugano che vince» (che ha vinto, insomma) anche nelle discipline individuali. Capitolo, pure questo, incredibilmente ricco di storia, vittorie e soddisfazioni. Inauguriamo la nuova serie della nostra rubrica (riservata a sportivi non più in attività) con tre puntate dedicate ad altrettante epoche del ciclismo: da quello cosiddetto «eroico» degli anni ’40 e ’50, al boom di professionisti luganesi degli ’80 e ’90, per chiudere con gli ultimi acuti all’inizio di questo millennio.

Dopo i primi risultati d’un certo livello firmati alla fine degli anni ’30 da Omar Besana, di cui diciamo a parte, il secondo luganese a cimentarsi tra i professionisti è Giovanni Rossi (1926-1983), malcantonese di Ponte Tresa, «soprannominato “Jeannot” perché era nato in Francia e lì era vissuto per più anni», come annota Tarcisio Bullo nel suo libro «Ticino olimpico» (Edizioni Jam). Sì, perché prima di diventare professionista, nel 1948 – fresco campione nazionale tra i dilettanti – il portacolori del Velo club Lugano partecipa ai Giochi olimpici. Partecipazione invero sfortunatissima, con tre forature a costringerlo infine al ritiro.

Dopo aver collezionato ben 24 vittorie negli appena due anni corsi da dilettante (al ciclismo agonistico Rossi era approdato già 22.enne!), nel 1949 «Jeannot» passa al professionismo con l’Allegra e in seguito con la Tigra. Il suo giorno di gloria e di storia lo festeggia due anni più tardi, il 4 luglio del 1951, quando a Reims vince in solitaria la prima tappa del Tour de France e veste per un giorno la maglia gialla di leader della classifica generale. Sempre sul libro di Bullo, la vedova di Giovanni Rossi, signora Fausta, ricorda che «quel giorno il Tour passava da Verdun, dove mio marito da bambino, essendo rimasto orfano, era stato allevato dalla nonna paterna. E proprio alla nonna voleva regalare una bella soddisfazione, facendosi vedere in testa alla corsa». Secondo nella terza tappa, Rossi si concentra poi nel suo ruolo di gregario di Hugo Koblet, che quella Grande Boucle andrà in effetti a vincerla.

Una Grande Boucle alla quale il 25.enne luganese approda del resto sullo slancio di un altrettanto ottimo Giro della Svizzera, dove dopo un 2° e un 4° posto, si impone nella quinta tappa, la Gstaad-Lucerna: «Vincere è sempre bello – scrive Giancarlo Dionisio nel suo libro «Sulle strade eroiche del Tour de Suisse» (Fontana Edizioni) – Vincere precedendo nell’ordine Kübler, Schär, Koblet e Fornara, è puro godimento. Era martedì 19 giugno del 1951: il giorno della prima vittoria di tappa di un ticinese sulle strade del TdS». Tutto questo, dunque, in un 1951 chiuso poi col secondo posto ai campionati nazionali alle spalle di Kübler. A metà stagione 1954, dopo appena cinque anni di professionismo, «Jeannot» si ritira, con all’attivo nove vittorie in una carriera – ricorda sempre Dionisio – segnata da «grande classe, mezzi fuori dall’ordinario, ma una disponibilità al sacrificio non sempre alle stelle».

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sull'edizione del 30.01.2026

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