#Vetrina | 08/12/2021

Gianluigi Vischi

Come si racconta una vita nella scuola? Parlando del rapporto con gli allievi, di quanto sia cambiata nel corso degli anni, di emozioni, problemi e prospettive future.

di Marina Carta 
 

Luganese doc, Gianluigi Vischi ripercorre la sua carriera di docente e ci svela i suoi propositi per affrontare la pensione, giunta dopo 45 anni trascorsi dietro a una cattedra, sei dei quali come direttore delle scuole elementari di Canobbio e due alla testa di quelle di Savosa, dove nel 2016 ha iniziato a lavorare come docente d’appoggio.
 
A Canobbio ha insegnato sin dagli esordi. Nel 1976, quando gli fu assegnata la prima classe (una seconda elementare), era un maestro ancora acerbo. «Avevo vent’anni e fui gettato nella mischia in un momento storico in cui trovare lavoro come insegnante non era scontato; la disoccupazione rappresentava già un problema». Supportato per questa prima esperienza dall’allora direttore Silvio Pescia, il giovane «Gigi» iniziò così il suo percorso professionale. «Dal primo giorno custodisco nel mio cassetto il libro di Mario Lodi “Il paese sbagliato”. Per me è oro e illustra in maniera semplice ed efficace come dev’essere vissuta la vita in un’aula scolastica. Ogni tanto ne rileggo un pezzo e mi rassicuro. Tra l’altro mi fa piacere che l’autore sia stato preso d’esempio durante l’implementazione dei nuovi piani di studio. Significa che quanto fatto in questi anni è valido anche oggi con i nuovi sistemi».
 
Nuovi sistemi che nel tempo hanno cambiato il volto della scuola. «Tutti i mezzi tecnologici a nostra disposizione si sono diffusi anche negli ambienti scolastici. Questo da un lato è positivo, dall’altro costituisce un problema, poiché generano una burocrazia e una diffusione di informazioni a mio avviso eccessive. Non bisogna abusarne. Il bambino deve essere sempre al centro dell’ambiente scolastico!».
 
Negli anni è cambiato anche il ruolo del docente, un tempo punto di riferimento rispettato dai genitori. «Oggi le famiglie scaricano sulla scuola molte delle loro responsabilità e pretendono che sia lei a risolvere i problemi. Ciò non facilita il compito del docente, che oltre alle sue mansioni didattico-pedagogiche deve affrontare situazioni delicate. Nonostante tutto, i bambini sono gli stessi. Mi hanno sempre dimostrato grande affetto ed è anche per questo che, una volta in pensione, vorrei restare a disposizione come supplente».
 
Difficile per lui, così attaccato al lavoro e ai «suoi» alunni, voltare pagina. Troppi i ricordi legati a un mondo che gli ha regalato tante emozioni. «Durante il primo anno di insegnamento ho conosciuto mia moglie Raffaella. Studiava da maestra ed è venuta a Canobbio per svolgere un tirocinio. Ci siamo sposati nel maggio del 1983, abbiamo adottato il nostro primo figlio (Sebastian) in Perù nel 1990 e il secondo (Gregory) in Brasile nel 1992». 
 
Una fetta importante della vita di Gianluigi è occupata dalla passione per il calcio. A 18 anni è entrato, come riserva, nella prima squadra del Lugano, con i mitici Prosperi, Brenna, Gröbli, il compianto Gianpiero Zappa, ecc. E dopo aver militato in alcune squadre «minori» ha iniziato ad allenare: per 40 anni ha seguito i ragazzi del Lugano con parentesi nel Monteggio, nel Rapid e nel Lamone. «Nel 1989 con un gruppo di amici abbiamo anche rifondato l’Ac Canobbio, dove ho concluso la mia carriera sportiva allenando una squadra di allievi E formata da giovani del paese». Ac Canobbio che, con la costruzione del nuovo campo al Maglio, ha aderito al Raggruppamento San Bernardo e che oggi conta circa 300 giocatori. 
 
Appese le scarpette al chiodo e dismessi i panni di direttore scolastico, rimangono i suoi grandi amori per il Perù e la Val Bavona (sulle due realtà Gigi ha effettuato numerose ricerche trovando diverse analogie), la voglia di tifare per le sue squadre del cuore, l’Fc Lugano e l’Hc Lugano, e di trascorrere del tempo facendo passeggiate con il proprio cockerino Mirò e con i vecchi amici di Molino Nuovo. «Tutti i giovedì ci troviamo per pranzare, giocare a Jass e ricordare i tempi dell’adolescenza. Vi confido però che il mio desiderio più grande è solo uno: diventare nonno!». Come a ribadire, che i bambini occuperanno sempre un posto speciale nel suo cuore.

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sull'edizione del 24.09.2021

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Dario Rossi