Ricordi di un vecchio sacrestano

Gianni Ballabio

Pasqua di un tempo, quando religiosità e vita contadina quasi si intrecciavano, nelle parole di un vecchio sacrestano. «Giorni Santi che fanno memoria di un evento importante, da celebrare con devozione e altrettanta serietà».

Cosa sai dire della Pasqua di allora e di quei giorni solenni e un po’ misteriosi della Settimana Santa?
«Non posso parlare della Pasqua senza accennare alla primavera, la stagione del risveglio, dopo i mesi del rigido inverno, dove il freddo entrava nelle case e nelle ossa. Ma era pure una stagione per lasciar riposare la terra, in quel suo dolce dormire sovente sotto la coltre bianca della neve. Del resto i proverbi, germogliati non da fantasie, ma dalla saggezza della gente, erano chiari: “la nev da genee la impienis ul granee” e “invernu senza nev estaa senza bev”».

Come abbinavi il lavoro nei campi con il servizio in chiesa?
«Amavo la mia terra e amavo la mia chiesa. Non so aggiungere altro».

Cosa dici di quei giorni chiamati «Santi»?
«Giusto chiamarli così, perché fanno memoria di un evento importante, da celebrare con devozione e altrettanta serietà».

Com’era per te quella settimana?
«Alcuni giorni prima dovevo preparare i rametti di ulivo ricavati dalle piante del giardino del curato. Lui osservava, commentando: “Prendi quel ramo che è bello”; “Lascia stare quell’altro”; “Preparane tanti perché ci sarà molta gente”. In quei giorni lasciava da parte il suo familiare sigaro, per rispetto e penitenza».

Dopo la benedizione dove andavano quei rami benedetti?
«Nelle case e nei campi, in particolarte a difesa del prezioso vigneto. E non mancava mai “un pater a quel su da sura i copp, padrun di tempest”, perché la grandinata in piena estate avrebbe mandato tutto in malora. Voleva dire avere problemi in novembre, perché solitamente vigna e campo, che il contadino lavorava, non erano suoi, ma del padrone. Era inutile, se l’annata non era andata bene, ricordargli la grandinata, il troppo sole o la poca acqua. Il padrone, faceva i conti e basta, il resto erano solo balle che nemmeno ascoltava. Così a volte arrivava la dura sentenza sancita dal proverbio: “nuvembar l’è cain o sa paga ul ficc o sa fa san martin”, abbinando un Santo tanto generoso a un evento tanto triste. Io però, pur temendo la cattiva tempesta, ero tranquillo. Il campo e il vignato erano miei, grazie alla generosità del nonno, che con fatica, coraggio e fortuna, li aveva acquistati».