«Ciò che ci separa dalle vittime è solamente il caso della nascita» (Jean Ziegler). Avremmo potuto vedere la luce nel Terzo mondo, in una zona di guerra o flagellata da catastrofi naturali. E la nostra storia finire in una delle pellicole protagoniste della kermesse luganese dove, rilevano i co-direttori Antonio Prata e Margherita Cascio, si lavora affinché «sia sempre testimonianza, continui a dare voce agli oppressi e denunci gli oppressori, scateni dialogo, riveli l’invisibile, rafforzi il nostro senso civico, possa amplificare voci e lotte per un mondo diverso e migliore, rinnovi in noi la domanda: cosa posso fare?». Non si cada nel tranello che l’erba del vicino sia sempre meno verde. «La situazione globale è gravissima e anche in Ticino ci sono segnali poco rassicuranti».
Organizzare – e soprattutto finanziare – un festival di questo tipo, di denuncia e dunque di nicchia, è un’impresa. Il presidente Roberto Pomari parla di «miracolo» per mettere insieme il budget, di «sforzo corale di non poco conto». Futuro a rischio? «Diciamo sicuramente non roseo, a maggior ragione visto che gli accordi con Città, Cantone e Confederazione sono in scadenza e Berna ha già detto che taglierà. Ma non molliamo e anzi guardiamo al 2028, quando cadono gli ottant’anni della Dichiarazione dei diritti umani dell’Onu, nostro documento di riferimento».
Benché il programma collaterale sia ricco e interessante, il perno sono beninteso le proiezioni al Corso (che ogni anno, per questa rassegna, viene tolto dalla naftalina) e all’Iride. Nel cartellone spicca «Naza» di Yuval Abraham e Rachel Szor, premiato alla Mostra di Venezia. Girato di notte sui tetti di Tel Aviv, il film indaga i sistemi e le tecnologie utilizzati per la conduzione delle operazioni militari israeliane a Gaza e le modalità attraverso cui viene condotta la guerra.
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