#Via da Casa | 16/10/2023

Nel paese del Sol Levante

Marina Carta

Il Monte Fuji, i grattacieli di Shinjuku, i giardini imperiali, il tempio di Asakusa… Pietro Beretta Piccoli fa fatica a scegliere il più bello dei posti che ha visitato in Giappone, dove vive dal 2020. Dopo gli studi in ingegneria ambientale al Politecnico di Zurigo, il luganese è volato a Tokyo per svolgere la tesi di master e iniziare il dottorato. Una bella esperienza anche se, come dice il detto, «non è tutto oro quel che luccica».

Ci tolga subito una curiosità: com’è Tokyo?
«In una parola, la definirei “grande”! L’area urbana conta 38 milioni di persone ed è considerata la più popolosa al mondo. La città vera e propria conta invece “solo” 9 milioni di abitanti. Vi sono zone verdi e spazi aperti, ma muovendosi a Tokyo bisogna sempre partire dall’idea che ovunque si andrà, ci sarà tanta gente». 

Come (e perché) è approdato in Giappone?
«Durante il master stavo cercando un’opportunità per uscire dal ristretto mondo del Politecnico di Zurigo. Quando giunse il momento di scegliere l’argomento della tesi, chiesi al mio professore svizzero se avesse contatti all’estero. Nella lista di nomi c’era quello, a Tokyo, del prof. dr. Yasuda, a cui scrissi e da cui velocemente ricevetti tre proposte di ricerca. Ne accettai una e risolta la lunga burocrazia, a marzo 2019 partii per un’esperienza di 6 mesi. Uno dei periodi migliori della mia vita». 

E quindi ha deciso di restare?
«Sì. Accettai un contratto da ricercatore presso la stessa università dal successivo marzo 2020. Perciò, dopo essere tornato in Svizzera per ricevere il diploma, svolgere un paio di corsi di ripetizione ed essermi mosso sempre un paio di settimane davanti ai lockdown anti-Covid, riuscii a entrare in Giappone il 22 marzo 2020, 6 ore prima che chiudessero le frontiere. E dopo il mio anno di ricerca ho cominciato il corso di dottorato, che sto ora concludendo». 

In cosa consiste il suo lavoro?
«La mia ricerca riguarda la rivitalizzazione dei fiumi. Gli habitat di acqua dolce sono infatti tra gli ambienti più danneggiati. Strategie in questo ambito esistono già, ma comportano costi ingenti e spesso richiedono la distruzione degli argini e l’allargamento della larghezza del fiume, manovra pressappoco impossibile dentro le aree urbane. Il mio obiettivo è di trovare una soluzione più economica e che non richieda alcuna modifica degli argini». 

Tornando a Tokyo, come ci si muove in città?
«Il sistema di mezzi urbani è impressionante, anche se i segni di deterioramento causati da una situazione economica nazionale non più solida come un tempo cominciano a vedersi. Data la dimensione della città, servono mediamente dai 40 ai 60 minuti per andare al lavoro. Conosco parecchia gente che perde tre ore al giorno sui mezzi pubblici. Malgrado ciò, a me Tokyo non dispiace. Altro discorso per gli appartamenti: il mio monolocale di 16 metri quadrati è considerato quasi sopra la media per un giovane professionista scapolo». 

Ha incontrato difficoltà con la lingua?
«Tokyo è la capitale e la maggior parte degli stranieri e del business internazionale risiede qui. Di conseguenza vi è la possibilità di parlare inglese, anche se la maggioranza dei giapponesi non conosce altra lingua oltre la propria. Il resto del Paese è ancora meno internazionalizzato». 

 

Divergenze difficili da appianare 

Cosa ci può dire della cultura giapponese?
«Tasto dolente. Dopo tre anni, non mi sono assolutamente integrato. In base alla mia esperienza posso affermare che per integrarsi bisogna essere giapponesi, di madrelingua e aderire senza compromessi alle migliaia di regole della cultura locale. Difficile adattarsi per chi arriva da una cultura multilinguistica. Quella giapponese è una realtà chiusa, generata forse dal desiderio atavico dei nipponici di isolarsi, evitando alla fonte ogni forma di frizione. Un curioso meccanismo sociale, quasi di difesa, derivante probabilmente dal fatto che sono un popolo numeroso che vive su una piccola isola». 

Mancano i contatti sociali?
«No, ma sono diversi da quelli cui siamo abituati in Svizzera. Per esempio, il contatto fisico è quasi assente e i giapponesi non si guardano mai negli occhi. Nelle conversazioni ci sono argomenti che di fatto sono moralmente proibiti: la politica, la storia e, più in generale, le opinioni personali. Ci si limita a meteo, sport o programmi nel fine settimana. Insomma, tutto quello che noi definiremmo superficiale e, francamente, abbastanza noioso». 

Percepiamo tra le righe toni polemici…
«No, solo divergenze culturali difficilmente appianabili. Il giapponese medio non ha mai lasciato il Paese, non ha mai attivamente studiato una lingua straniera né si è mai formato un’opinione personale. Secondo la nostra classificazione, sarebbe insomma definito come ignorante. E dove c’è ignoranza, c’è sempre razzismo. I giapponesi non paiono essere in grado di accettare il diverso senza sentire che esso danneggi la loro identità». 

E secondo lei quali sono i motivi di questa chiusura?
«Il Giappone è un paese sviluppato ed è la terza economia mondiale, per cui i giapponesi ritengono che non ci sia niente da imparare dagli altri. Purtroppo, invece, l’economia è stagnante dagli anni ’90, la moneta è svalutata, i salari non aumentano, il debito nazionale è il più grande al mondo e la gravissima crisi demografica prevede un dimezzamento della popolazione entro la fine del secolo. Di tutto questo non si parla. A mio parere, loro soffrono di una distruttiva combinazione di compiacenza e ignoranza». 

Da tutto ciò, quali insegnamenti può ricavare?
«Ho capito che essere nati in uno Stato prospero non significa essere liberi dai problemi. E nemmeno deve diventare una scusa per smettere di migliorare, per sfruttare il lavoro dei giovani o ignorare i bisogni economici delle future famiglie. Chi rimane compiacente e ignorante è condannato a diventare vecchio. E il vecchio, si sa, ha la tendenza a scomparire». 

Qualche lato positivo dei giapponesi?
«A mio parere, un buon indicatore per separare la mediocrità del cittadino medio dall’eccellenza è la conoscenza di una lingua straniera. In questo secondo caso, si tratta solitamente di persone intelligenti e intraprendenti, con esperienze all’estero e una folta cerchia di amici. Il genere di persone con cui vale la pena vivere qui». 

 

«Magnifico da visitare, ma non ci vivrei»

E della cucina locale cosa può dirci? «Niente batte la cucina locale. Per godersela bisogna avere una predisposizione verso i gusti esotici. I piatti più comuni prevedono pasta in olio (chiamata ramen, soba o udon a seconda del grano usato), curry e carne, anche se i frutti di mare rimangono la specialità, serviti crudi (sashimi), bolliti, fritti (tempura) o impanati. Impossibile non menzionare il famoso sushi, anche se qui in Giappone non si mangia così di frequente». 

Piatto preferito?
«L’Okonomiyaki, una sorta di pasta per le crêpes cucinata sulla piastra con verdure, carne, frutti di mare e una quantità industriale di maionese e salsa okonomiyaki (la cui cugina più prossima probabilmente è la salsa barbecue). Ad ogni ricetta si aggiungono poi le varietà specifiche delle singole località». 

Come trascorre il tempo libero? «Cene con gli amici, passeggiate in montagna, occasionale discoteca o cinema. Il karaoke è una delle poche originalità di Tokyo. Ci sono poi i Matsuri estivi, le feste dei vari templi di quartiere accompagnati da sfilate di carri e bancarelle con cibo di strada. I fuochi d’artificio sono anche un evento, ma a causa della pandemia ancora non sono tornati (in Giappone l’emergenza covid è durata più a lungo che in Svizzera). A Tokyo vi sono sempre eventi per riempire i propri fine settimana».

Il posto più bello che ha visto?
«Difficile dire. Il Giappone è magnifico da visitare. Spiagge, storia, tradizioni, piste da sci… ce n’è per tutti i gusti e stagioni. Il Monte Fuji è impressionante, sia in altezza sia in volume, e Tokyo merita una menzione per le sue imparagonabili dimensioni. I luoghi più famosi, tra cui l’incrocio di Shibuya, i grattacieli di Shinjuku, i giardini imperiali e il tempio di Asakusa sono belli come una cartolina. Ma ogni città tende a offrire qualcosa di unico: Kyoto la tradizione, Osaka la festa, Nagano il sake… Citerei anche le Alpi (le montagne nel centro di Honshu, l’isola principale), dove vi è la possibilità di fare il bagno nelle fonti termali, le onsen. Marzo-aprile è invece tempo di fioritura dei ciliegi (i Sakura) in tutto il Giappone».

Qualche aneddoto da raccontare?
«Il Giappone è famoso per gli aneddoti improbabili. Gli incidenti linguistici sono all’ordine del giorno. In generale, ogni giapponese ha una serie di domande da porre allo straniero: “Da dove venite? Quanto state in Giappone? Vi piace il Giappone?”. La cosa per me più divertente è che, una volta esaurite queste domande, la curiosità (e spesso anche l’inglese) del giapponese finirà e questo ripartirà come se nulla fosse. Tra le curiosità aggiungerei queste: non è insolito che venga chiesto il proprio gruppo sanguigno, perché in Giappone c’è la credenza che sia legato alla personalità; mai mangiare una mela senza tagliarla con un coltello». 

Le manca il Ticino?
«Non particolarmente, anche se la famiglia rimane un pensiero fisso, e non considero il Ticino la mia residenza o la mia destinazione futura. Ci sono momenti in cui sento la mancanza della cultura italiana, del contatto fisico, dell’opinione personale e del fare senza prendersi troppo sul serio. Dopo tre anni in Giappone sono giunto alla conclusione che noi ticinesi avremo anche i nostri difetti, ma siamo comunque capaci di guardarci negli occhi e dire cosa vogliamo. Non vedo l’ora di diplomarmi e ripartire. Punto all’Europa anche se la Svizzera, principalmente quella interna, rimane una possibilità. Prenderò una decisione a seconda delle offerte ricevute. Al momento, la cerimonia di diploma a marzo 2024 rimane lontana nella mia mente, mentre la scrittura della tesi è più pressante».