#Pasqua d'altri tempi

di Gianni Ballabio

Tace la campana, suona la raganella

Le tradizioni pasquali passate raccontate da scrittori ticinesi. I ragazzi a correre nel nucleo, le grandi pulizie, la benedizione del prete, il pagliazzo sul sagrato, il potere taumaturgico dell'acqua all'annuncio della Risurrezione...

«La Pasqua per noi ragazzi – ricordava Angelo Frigerio – costituiva anzitutto un'occasione privilegiata per radunarsi in gruppo e gioiosamente percorrere le stradette del nucleo muniti di solide raganelle costruite artigianalmente, poiché in quei giorni, ricordando la passione di Cristo, le campane rimanevano mute». E scrive di raganelle «costruite con legno di castagno e con gli ingranaggi, o rotelle, e le linguette ricavate dal legno di corniolo o di bossolo». Diverso il rumore dei «tableck», così descritti da Andreino Pedrini, che parlava di Faido: «Una tavoletta di legno duro, di forma rettangolare, con incastrato, al centro, un supporto che regge una mazza, pure di legno, fissata a un perno attorno al quale ruota con moto semicircolare».
Infatti dal giovedì al sabato della Settimana Santa le campane tacevano. Tacciono ancora, è vero, nel triduo pasquale, ma chi se ne accorge? Allora invece la campana era la voce del villaggio. La chiesa al centro con il suo campanile. «Sono legate le campane, diceva la gente, e aspettava che si slegassero», scriveva Ugo Canonica. Così, al mattino, a mezzogiorno e alla sera, come pure per chiamare alle funzioni in chiesa, le bande di ragazzi giravano per i vicoli con quei loro assordanti richiami, come annotava Giovanni Bianconi:

«E sona ghiraghèra
invece da campann:
sta sü da cò, Giovann !
L'è turnaa primavera».


Qualche sagrestano, chiuso il cancelletto del campanile, teneva per tre giorni la chiave in tasca, non fidandosi a lasciarla in sacrestia.

Una mano fresca di calce alla cucina

Pasqua poi non era soltanto pulizia dell'anima, ma anche della casa. Scriveva al riguardo Ugo Canonica: «Ricordo era il momento propizio per dare una mano fresca di calce alla cucina annerita dal fumo». Intervento più che necessario, quando non c'erano gli impianti di oggi, ma camino o stufa a legna, per riscaldare e cucinare, con conseguenze scontate per le pareti. Del resto quella mano di calce, pure disinfettante, significava che l'inverno, spesso segnato da fatica e misera, aveva chiuso i battenti e si respirava finalmente l'aria limpida e nuova della primavera, sperando nella clemenza del tempo in quel vivere della terra, così legato ai capricci delle stagioni.
Sempre a proposito delle grandi pulizie pasquali, Renato Zariatti in «Briciole di storia novazzanese», ricordava che tutti «si davano un gran da fare. Le massaie lungo la sponda del Roncaglia, a lucidare come specchio, con sabbia e cenere, tutto il rame e le posate; gli uomini sotto il portico, a riordinare i rozzi arnesi, quindi a scopare con la ramazza il cortile, la stalla e l'aia, ché il giorno dopo sarebbe venuto il curato a benedire la casa».

L'arrivo del curato a benedire la stalla e la casa

Era una visita annuale, attesa con trepidazione, mentre da una contrada all'altra era un continuo richiamo sull'avvicinarsi del curato. Di casa in casa e di anno in anno i cambiamenti erano lì da vedere. Una foto nuova sulla «credenza» accanto ad altre ingiallite nel ricordo dei morti. Un vagito nella culla dell'ultimo arrivato e i vecchi sempre più vecchi.
Lentamente poi s'affacciava un mondo nuovo: la campagna lasciata per andare in banca con giacca e cravatta; in un angolo compariva il televisore in bianco e nero; a volte nel bel mezzo della benedizione squillava il telefono.
Obbligatoria anche la benedizione della stalla, dove a volte compariva pure il padrone, che non lavorava la terra, ma la possedeva. Gli altri, quelli che faticavano duro sui solchi, si facevano il segno della croce, sperando che quella benedizione portasse buono, perché quando arrivava in autunno la resa dei conti, uno più uno doveva sempre fare due e il padrone non accettava scuse. Era inutile, se la stagione era stata grama e avara, parlargli di temporali, di grandinate, dell'acqua non giunta al momento buono e del sole che non aveva fatto il suo dovere. Tutto inutile, mentre risuonava quel proverbio duro come una sentenza inappellabile: «Nuvembar l'è cain o sa paga ul ficc o sa fa san Martin».
Per questo il contadino si sentiva alle dipendenze del tempo e l'ulivo benedetto veniva bruciato quando si avvertivano nell'aria temporali e grandinate, né mancava
«'n Pater a Quell sü
da sura di copp
padrun di tempest»,
come scriveva Giuseppe Arrigoni di Balerna, chiudendo una poesia in dialetto dedicata alla «Vigna».

Di casa in casa con il fuoco benedetto

Poi veniva il sabato santo e il mattino era ancora dei giovani, puntuali «al rito del fuoco santo, che si celebrava all'alba», prima che giungesse con la riforma liturgica la veglia della notte. «Due o tre giorni prima – ricordava ancora Zariatti – i ragazzi preparavano il pagliazzo che era poi un fascetto di paglia arrotolato e agganciato con fil di ferro attorno a un bastone a mo' di torcia. Non appena il fuoco era benedetto sul sagrato della chiesa, essi accendevano i pagliazzi alla fiamma di quel tipico falò. Poi via a gambe levate per il paese, nelle frazioni, entrando in ogni casa a sbriciolarvi sul focolare un po' di quella roba ardente di fuoco sacro», rimediando anche, se avevano scelto le case giuste, qualche soldino. Nemmeno mancavano i furbi, coloro che erano in giro con un «pagliazzo che nemmeno aveva visto il sagrato della chiesa».
Intanto, dopo tanto silenzio, le campane si scioglievano.
«I campan, dolorè de ier
in sto momente de pas
fora a sbalze i canta»,

scriveva Ugo Canonica nel dialetto di Bidogno.
Era l'annuncio della risurrezione e, ricordava Zariatti, «tutti, grandi e piccini, correvano alla rongia o sulla riva del Roncaglia a bagnarsi gli occhi, perché dicevano, ogni acqua corrente, durante i dieci minuti in cui suonano le campane della Risurrezione, acquista un potere taumaturgico».
E finalmente era Pasqua nello splendore della primavera e dei fiori.

Bambini con la raganella a Comano, 1930 circa. Autore: Hans Wyss. (Per gentile concessione del Comune di Comano e dell'Archivio audiovisivo di Capriasca e Val Colla).




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